lunedì 21 maggio 2018

Padria - Mara - Monteleone Roccadoria

In questo blog vengono pubblicate soltanto foto e commenti. L'attività dell'Associazione Tholos viene aggiornata nel seguente blog:

http://blog.libero.it/tholos

Un gruppo di soci Tholos si è recato in visita a Padria (740 abitanti) e a Mara sabato 19 maggio 2018


Arrivati a Padria visitiamo il museo dove si possono vedere le testimonianze del passato a partire dal neolitico.
Questa vetrina mostra piedi di terracotta che venivano donati alle divinità per ottenere la guarigione di malattie che avevano colpito la parte anatomica raffigurata. In altre vetrine si notano alcuni occhi in quanto in Sardegna erano frequenti infezioni come il tracoma.


Particolare della facciata della chiesa di Santa Giulia dove entriamo per ammirare sotto il vetro protettivo la sequenza che ha preceduto la chiesa: la tomba venerata, la piccola chiesa paleocristiana del 338 (ricordiamo che l'editto di Costantino è del 313) con facciata ad est devastata durante le invasioni vandaliche, poi ingrandita e divenuta chiesa bizantina per essere ancora ripresa nel medioevo quando diventa una basilica a tre navate (vi si leggeva la data del 1170). Nel 1520 sorgerà la chiesa attuale costruita sulle precedenti dai baroni di Bonvehì De Ferrera che ad Alghero avevano il palazzo in Albis situato in Piazza Civica.
I due scudi scolpiti sopra l'ingresso sono le insegne dei De Ferrera (a destra) e del vescovo di Bosa Pietro de Sena.


Alla sinistra entrando si nota il fonte battesimale di marmo con sovrastante chiusura lignea.


Ex Convento
Giogo per buoi. Sul davanzale sono esposti piccoli gioghi rituali


Nel pomeriggio andiamo a Mara per visitare la chiesa di Nostra Signora di Bonuighinu.
Domani ci sarà la festa e già il luogo è frequentato da venditori e fedeli.


Antiche cumbessias della chiesa di Nostra Signora di Bonuighinu


Altare con la statua della Madonna



Arrivati a Monteleone Roccadoria ha iniziato a piovere. Entriamo nella chiesa di Santo Stefano.


Altari abbinati della chiesa di Santo Stefano


                                        Altari abbinati della chiesa di Santo Stefano



Chiesa di Sant'Antonio



All'interno troviamo la statua di Sant'Antonio Abate accompagnato dal'inseparabile maialino.
Il santo è molto venerato in Sardegna.

In seguito ci siamo recati a Monte Minerva ma la pioggia ha disturbato la visita al roseto. Alcuni hanno visitato una sala con animali impagliati.



MARA

La cultura prenuragica di Bonuighinu è stata individuata per la prima volta nella Grotta de su Tintirriolu di Mara. Nella sequenza cronologica è collocata nel neolitico medio dopo la Grotta Verde e la Grotta di Filiestru e prima della cultura di Ozieri. Sembra che sia la prima cultura ad aver utilizzato cavità artificiali per seppellire i morti.
Gli strati più antichi della Grotta de su Tintirriolu risalgono al 4900-4000 a.C.
Tra i reperti ceramici si notano alcuni idoletti, figure danzanti incise su vasellame di ceramica, ciotole carenate e vasi a bocca larga. Inoltre si sono rinvenute schegge di selce e di ossidiana, accette di pietra levigata e una spatola di osso. Vi sono anche conchiglie di origina marina e resti di pasto (lumache).

http://www.visitviva.com/it/scopri-villanova/davedere/a-mara/grotta-sa-ucca-de-su-tintirriolu/


 Oltre alla ceramica furono ritrovati anche reperti litici (schegge in selce e ossidiana, accette in pietra levigata, una spatola d'osso con la raffigurazione di un viso umano) e resti ossei animali.
Sulla base dei microresti inoltre si ipotizza che fosse già praticata la coltivazione del grano, almeno di Triticum dicoccum, orzo (Hordeum exsasticum) e leguminose quali lenticchie (Lens esculenta) e la veccia. Si ebbero anche conchiglie di Venus, Cardium eMytilus nonché molte lumache usate come pasto e provviste di fori nell'apice, prodotti con i denti.


L'associazione aveva già visitato Padria domenica 8 aprile 2000 e Mara lunedì 24 aprile 2000. Riporto le relazioni.

Padria - Chiesa di Santa Giulia - Nuraghe Longu
( domenica 08/04/2001 - h 15,30 )

Passiamo per Villanova e proseguiamo per Padria. Il bacino ai piedi di Monteleone Roccadoria è colmo d’acqua ed è molto vasto, con piccole isole e penisole.

La giornata è fredda, ventosa e a tratti piovosa.
A Padria troviamo la chiesa di Santa Giulia aperta. Accendiamo le luci per poter vedere la zona sottostante il pavimento protetta da una grata. Due pannelli illustrano gli scavi: uno riporta la pianta, un altro descrive i resti.
Partendo dalla situazione attuale le costruzioni sono le seguenti:

Chiesa gotico-aragonese -
Fine XV secolo - chiesa gotico aragonese (risale al 1520)
Fine XVI secolo - primi XVIII il pavimento di cocciopesto viene distrutto per effettuare tre sepolture ad ipogeo. La chiesa è mononavata e ha l’abside ad ovest.

Secoli XII - XIV - Chiesa medievale romanica - risale al 1170 e ha l’abside ad est. Ha tre navate.

Chiesa alto medievale
Post VII secolo. E’ una chiesa bizantina paleocristiana con impianto mononavato ed abside ad est.

Anteriore è la tomba venerata. Nella cappella a destra dell’altare si trova un pozzo che ha una risega e poi si restringe fino ad arrivare al fondo. Non contiene acqua.

Dopo il restauro la chiesa è stata riaperta domenica 17/09/2000.
Internamente è molto decorata con piccole sculture che si trovano alla base degli archi che sostengono il soffitto. Iniziando dall’ingresso si notano i simboli dei quattro evangelisti; il leone alato, il toro, l’angelo e al'aquila
Nelle altre basi si distinguono animali e figure umane. Alcune suonano strumenti a fiato, a percussione e a corda. Si vede anche una coppia che pare raffigurare Adamo ed Eva, angeli con le ali spiegate, ed altri motivi.
Nella zona dell’altare si notano due stemmi. Uno è della famiglia De Ferrera, che viveva ad Alghero nel palazzo di piazza Civica chiamato anche In Albis, o De Arcayne.
Lateralmente si aprono otto cappelle, quattro per lato.
La facciata è concava in quanto le parti laterali formano un angolo con la parte centrale. Sul portale c’è lo stemma della famiglia de Ferrera che possedeva anche i territori di Padria.
Anche la facciata presenta numerose sculture: Ai lati, staccati dal muro nella parte superiore, ci sono San Pietro e San Paolo. Un rosone sul portale racchiude una stella a sei punte, che si ripete anche dietro l’altare. I muri laterali presentano dei contrafforti. Il campanile non molto alto, ha una campana.

Nella piazza, sopra la finestra di una costruzione antistante la chiesa, si nota un'architrave scolpita con motivi che ricordano le palme, ed alcune lettere.
Durante una passeggiata nel paese vediamo la chiesa di Santa Croce, minuta, con un rosone che racchiude una stella a cinque punte ed un campanilino che presenta delle aperture ad arco su tre livelli.

Più avanti notiamo, al di là di un cancello chiuso, le murature residue di un “palattu”, la residenza in paese della famiglia De Ferrera.


Nostra Signora di Bunuighinu (Mara)
(Pasquetta 24-04-2000 h 13,50) 

Arriviamo dopo un tragitto di circa un’ora. La giornata è soleggiata ed un po’ ventosa.
Il luogo è affollato da gitanti. La chiesa si presenta maestosa e molto ben tenuta. Una delle casette che si trovano sulla destra è aperta. Anche la chiesa è aperta. Ha una navata molto spaziosa ed un transetto con due altari lignei restaurati con una statua ciascuno. L’altare centrale è fatto di legno, simile ai due laterali, ma con due colonne per parte anzichè una. Al centro si vede una statua della Madonna fatta con materiali poveri, ma rivestita con abiti nuovi. Ai lati sono collocati due angeli di media grandezza.
La volta è a botte e ha delle lunette. Sopra il portone si trova un finestrone quadrato dal quale entra la luce. Il pavimento è di marmo chiaro lucidato.
La facciata è variamente decorata: modanature, colonnine, motivi di foglie, motivi geometrici, piccole croci. Sopra il portale, fatto di legno marrone scolpito, si legge un’iscrizione in latino.
L’ampio spazio antistante è chiuso e completato con panche di pietra addossate al muro di recinzione. Alla destra e davanti al portale c’è una gradinata che porta al prato sottostante. Si vedono antiche costruzioni. Una ha tre porte ad arco, ma è diroccata. Le altre sono tutte restaurate.
Incorporate ai lati della chiesa si trovano ambienti di abitazione con tre porte in basso e finestre nel piano superiore. Dietro la parte absidale si trova ugualmente una casa con profonde finestre strombate verso l’esterno.

Prendiamo la strada indicata dal cartello “Grotta de su tintirriolu” (grotta del pipistrello). Saliamo per almeno mezz’ora e forse siamo in vista della grotta che si trova più in basso, ma non proseguiamo. Alcune donne ci dicono che occorre strisciare per accedervi e che poi bisogna illuminare l’ambiente con una torcia. Ci ripromettiamo di tornare un’altra volta.
La campagna si presenta rigogliosa di erbe e di fiori. Si può notare una grande varietà di piante. Tra i fiori si vedono numerosi asfodeli in fiore, piselli selvatici, allium, ravanello selvatico, moc-moc, cardi, pto-pto, qualche orchidea, pratoline, ombelico di Venere, orzo selvatico, avena, ranuncoli gialli, e un’altra infinità di essenze.


Mara - Chiesa di Bunuighinu - Grotta di Tintia
(Lunedì di Pasquetta - 21 aprile 2003 - h 15)

Al santuario ci sono numerosi gruppi di gitanti. Le casette attorno sono tutte aperte e frequentate. Alcuni uomini giocano a morra. La chiesa è aperta e la visitiamo. Alla descrizione già fatta nella visita precedente del 24.04.2000 aggiungo dei particolari.

L’altare destro, così come gli altri, appare originale e restaurato. Solo il ripiano sul quale poggia il tabernacolo è stato sostituito da un piano di legno nuovo.
Abbiamo notato che le costruzioni diroccate che si trovano nel prato antistante la scalinata e il portale della chiesa hanno diversi anelli fatti di pietra, che venivano utilizzati per legare gli animali domestici: cavalli, asini.
Tra le pietre crollate crescono dei fiori simili a calle nella forma, nel colore e nella dimensione, che spuntano dal suolo ed hanno un corto gambo. Alcuni hanno qualche foglia, anche questa simile alle foglie delle calle, ma più piccola.

Terminata la visita alla zona della chiesa prendiamo la strada che indica “Grotta di Tintia”. La giornata è variabile, un po’ splende il sole, un po’ è nuvoloso, a tratti cade qualche goccia di pioggia. La strada è agevole e presenta tratti di discesa e altri di salita. Ai lati della strada vediamo asparagi, robuste piante di cardo, piselli selvatici, pto-pto, finocchi selvatici, alloro, grandi campanule gialle che crescono a spiga, e tanti altri vegetali. Sulla destra, quasi all’inizio, sorge la costruzione di una colonia.
Lasciamo le deviazioni e continuiamo sempre sulla strada asfaltata per più di mezz’ora.
Ad un tratto l’asfalto finisce e noi proseguiamo. Infine ci troviamo davanti ad alcuni cancelli. Sulla destra scorgiamo delle rocce che formano un grande riparo. Appena più avanti c’è la grotta, segnalata da una scritta: Grotta di Tintia. Entriamo nella bassa apertura ma per proseguire è indispensabile la torcia. Usciamo e torniamo indietro. Ci ferma una coppia che cerca il castello di Bunuighinu, ma crediamo che dell’antica costruzione siano rimaste ben poche tracce, e non ne conosciamo l’ubicazione. Ci danno notizia di due tombe di giganti che si trovano ad Urzulei, e ci consigliano di andare a vederle. Impieghiamo circa tre quarti d’ora per la discesa.
Andiamo dunque a Semestene per visitare San Nicola Di Trullas ma la chiesa è chiusa e recintata. Un cartello dice che stanno facendo lavori.
Decidiamo dunque di tornare ad Alghero.





domenica 20 maggio 2018

Primi anni

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In questo post verranno pubblicate fotografie di escursioni dei primi anni dell'associazione nelle quali compaiono anche soci che sono venuti a mancare.

Banari - Santa Maria di Cea
(Domenica 01/04/2001 - h 15,30)

La giornata è soleggiata, il cielo completamente sgombro da nuvole e l'aria è tersa.
Facciamo la strada per Ittiri e vediamo che il bacino del Cuga è colmo. Le sue acque si estendono su tutto l’invaso, i canneti sono sommersi e gli alberi arrivano sino alle sponde.
Prendiamo la strada per Banari e, prima di arrivare al paese, incontriamo la chiesetta dove arriviamo percorrendo una breve deviazione sulla sinistra.

Le pietre calcaree della facciata sono in piena luce solare. A destra del portale si notano alcune scritte scolpite sui conci. Qui ne pubblichiamo un esempio.



Il piccolo campanile a vela contiene una campanella che si suona tirando una funicella.
Sul sagrato sostavano alcuni visitatori.
La chiesa, romanica, è ad una navata con abside. Sulla parete di destra è inserita nel muro una piccola acquasantiera di trachite rosso scuro. I pavimenti sono costituiti da lastre di calcare di forma, di tipo e di stato di consunzione differenti, fatto che evidenzia numerosi rifacimenti. L’altare è recente, e poggia su un’ampia base circolare sollevata di un gradino rispetto alla navata. Il tetto è fatto di travi di legno e ha due spioventi. Una porta laterale che si trova sulla sinistra conduce all’esterno dove anticamente si trovavano altri ambienti. Oggi c’è una sala che abbiamo trovato chiusa. Guardando da una finestra abbiamo visto sulle pareti dei pannelli che mostrano le fasi del restauro. Di altre stanze crollate rimangono le murature di base. Al centro dell’ampio cortile, invaso da svariate specie di piante erbacee, si trova un pozzo circolare molto ben rifinito. A tratti sul terreno affiorano delle pietre che fanno pensare ad un’antica pavimentazione.
Pare che la chiesa, della seconda metà del XII secolo, facesse parte di un romitorio dipendente da San Michele di Salvenero, Abbazia Vallombrosana del villaggio di Salvenero o San Venero, abbandonato alla fine del XVIII secolo, che si trovava nella curatoria di Ploaghe (Giudicato di Torres).

Conclusa la visita della chiesa abbiamo proseguito per Banari e, arrivati in paese, abbiamo lasciato le macchine per una passeggiata a piedi. La chiesa di S. Lorenzo è soggetta a restauri ed era chiusa. È’ una costruzione piuttosto grande e complessa, e di un certo interesse. Sul muro perimetrale, a destra del portale, c’è un dipinto molto chiaro che raffigura la Vergine con il Bambino.
In una stradina del paese abbiamo notato alcune sculture di soggetto sardo. Nella piazza del comune c’erano alcune palme nane con le infiorescenze ancora chiuse. Il paese conta circa 700 abitanti.
Infine siamo andati alla “Funtana di josso”. È un grande lavatoio, con almeno venti vasche tutte munite di rubinetto, ed una costruzione completamente chiusa con una “fontana” a tre vaschette comunicanti situata a livello del pavimento.
Il lavatoio è stato recentemente restaurato ma ha perso probabilmente la sua caratteristica di antichità.
Nei giardini si vedevano lillà e glicini fioriti, oltre a numerose altre piante e fiori.





Un particolare ricordo per Assunta e per Ivana.
Giuseppina ..., Giuseppe Piccardi, Assunta Caddeo, Antonio Serra, Ivana Repossi con il cappotto scuro.


17 maggio 2006

Riunione nella sede del Qualté prima che i locali venissero ristrutturati. In occasione delle ristrutturazioni l'Associazione si è spostata negli scantinati della Scuola Elementare Maria Immacolata in via Sassari.

Di spalle Ivana Repossi, a sinistra Mino Deiana, più in là mi sembra di vedere gli occhi di Stella Bilardi, carissima nostra socia, In fondo mi sembra di riconoscere Pina ... , Giuseppina ..., Barbara Cervera col maglioncino scuro, forse  Franca Tilloca (con la collana) e sicuramente Annalisa Profili, la segretaria con camicia bianca.


17 maggio 2006

In primo piano Assunta Caddeo, sempre nei nostri cuori, Anna Manconi, Mino Deiana, forse il marito di Anna Cocco, Anna Cocco e Annalisa Profili.


Fotografie Kodak, Kodac Pictures, 2006-2005 Thol





domenica 10 dicembre 2017

Porto Torres: Antiquarium, Ponte Romano, S. Gavino


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Sabato 9 dicembre 2017 un gruppo di soci Tholos, guidato dal socio archeologo Alberto Gavini,  si è recato a Porto Torres per una visita ai resti della città romana di Turris Libisonis e alla basilica di San Gavino.
L'Associazione aveva già organizzato una visita con lo stesso itinerario il 5 maggio 2005.



Nel pannello è evidenziata in rosso la zona delle Terme dette"Palazzo di Re Barbaro" e in giallo l'estensione della città antica. Si nota sulla sinistra il Rio Mannu con il Ponte Romano.


Parte di una matrice di terracotta.


L'ancora era fatta di legno. Le parti metalliche venivano inserite per dare il giusto peso.
La foto a destra mostra una ricostruzione presente nel museo di Empurias in Catalogna.


Piccola lastra di bronzo ritrovata durante i lavori di adeguamento del porto commerciale (2006-2007).
Al centro si vede il ritratto di profilo della vestale con un velo sul capo. 

Vi si legge la scritta qui tradotta dal latino: "La barca del porto con l'insegna "Porphyris" (è) di Flavia Publicia, vergine Vestale massima, esente dai dazi per la (sua) navicella marina. Eudromus"(è lo schiavo).


Tomba n° 257 a inumazione scavata nella via Cavour. Due statuine di saccarii, facchini che trasportano sacchi, ampolla frammentaria, tazzina biansata con pareti sottili.


Tomba di Via Cavour. Bicchiere di vetro decorato.


Ara di Bubastis riutilizzata come fontana. Qui si vede la situla, oggetto caratteristico del culto di Iside. Nell'ara è rappresentato anche il sistro, strumento musicale caro a Iside. 



Cautopates con la fiaccola accesa rivolta verso il basso collegata al culto di Mitra. Cautes e Cautopates sono i due assistenti di Mitra. Il primo tiene la fiaccola rivolta verso l'alto e potrebbe simboleggiare l'alba, mentre Cautopates, con la fiaccola rivolta in basso, sarebbe il tramonto.
Importante reperto che testimonia il culto di Mitra a Porto Torres.


Gli scavi effettuati nel Palazzo di Re Barbaro hanno permesso di ritrovare al di sotto dello stabilimento termale una splendida dimora, indicata come la "domus di Orfeo" per la presenza di un mosaico raffigurante il dio. Si ipotizza che l'abitazione fosse di proprietà di un ricco personaggio al quale, per motivi che non conosciamo, fu distrutta la casa ricoperta poi dalla costruzione delle terme. 

Nel mosaico della vasca sono rappresentati i seguenti animali marini:  gallinella, ombrina, granchio, dentice, cernia, seppia, mustella, sogliola, murena, pinna nobilis, sgombro, riccio, triglia, cozza, tonno, torpedine.


Mosaico raffigurante Orfeo, che dà il nome alla casa.


Andiamo poi al Ponte Romano. Il ponte è stato chiuso al traffico già da diverso tempo.


Il ponte visto dalla parte opposta. La giornata è molto ventosa e un po' fredda, come si vede dal nostro abbigliamento.


Sei arcate del ponte che ne conta sette. Come si vede il Rio Mannu ha deviato il suo corso.


Dall'arcata si vede un cavallo del maneggio. Il Rio Mannu scorre ora in quei pressi.


Il Rio Mannu.


Questa foto, scattata durante la visita del maggio 2005, mostra il ponte visto dalla parte opposta. Vi si può osservare un bassorilievo sulla chiave di volta dell'arcata più alta. La nicchia tra le due arcate ospitava una divinità fluviale. Da notare che allora il Rio Mannu passava sotto il ponte.



Dettaglio del bassorilievo raffigurante un cantaro (coppa con due anse) e, in alto, due teste di leoni. Il concio con il rilievo è alto m 1,60 e largo m 0,53.

Per il pranzo ci siamo recati al ristorante "Piazza Garibaldi" che merita di essere menzionato per l'ottima cucina e per l'impeccabile servizio.


Andiamo nella basilica di san Gavino e osserviamo alcuni conci prelevati dalle antiche costruzioni romane per essere utilizzate nella realizzazione di questo muro.


San Gavino, una delle due absidi.


All'interno vediamo San Gavino a cavallo.


Scendiamo nell'anticripta e troviamo alcune statue di santi.

Nel 1600 vi fu una ricerca delle reliquie custodite nelle chiese e nel 1614 l’arcivescovo di Sassari Gavino Manca de Çedrelles fece fare scavi ad oltranza nella chiesa per cercare i resti dei martiri.
Gli scavi furono eseguiti nel sottosuolo della chiesa e misero in pericolo anche la struttura. Furono poi costruiti dei contrafforti, che poi vennero sostituiti da chiavi di ferro. Il sottosuolo non fu poi riempito ma venne rifinito con volte a botte. In questo caso la cripta non precede la costruzione della chiesa ma è posteriore. Vi si possono notare due sottopiani. Nel primo, più grande (l'anticripta), sono custodite numerose statue e sarcofaghi e vi si trova l’accesso alle fondazioni del martirium. Più sotto si trova  una cripta più piccola che custodisce i sarcofaghi con le reliquie dei tre santi.





Recuperati nell'800 nell'area della necropoli meridionale e privi di dati di scavo, i sarcofagi sono di marmo di importazione e provengono quasi certamente da officine di Ostia e di Roma.
I sarcofagi marmorei di San Gavino si datano fra il III e il IV sec. d.C. Privi di coperchio originale, sono monosomi e decorati sul lato frontale.


Sarcofago con le reliquie di S. Gavino.

Sarcofago Porta Inferi     
Di dimensioni maggiori rispetto a quelli che contengono le reliquie di San Proto e di San Gianuario, presenta la solita inquadratura a tre pannelli figurati alternati a due decorati con strigilature.
Nel pannello centrale è rappresentato un portale dai battenti finemente scolpiti a pannelli rettangolari; dei riquadri maggiori, quelli in alto, rappresentano ciascuno un agnello accosciato retrospiciente, quelli in basso due testine di incerto significato. Il battente di sinistra, socchiuso, allude all’idea che con la morte si perviene a Vita nuova. Ai lati della porta, due pilastri su basi sagomate e sormontati da capitelli corinzi sorreggono  la trabeazione con epistilio,cornice sagomata e frontone triangolare ornato da  acroteri riproducenti cavalli marini.
L’ascia al centro del timpano è probabilmente un emblema apotropaico.
Nel pannello di sinistra è rappresentata la defunta, con la testa di scorcio a destra; indossa la tunica ed è avvolta dalla palla che le copre il capo. Le pieghe della sopravveste lasciano intravedere le braccia disposte a quadrato sul davanti, mentre la mano sinistra sorregge il gomito del braccio destro. La mano destra levata fuoriesce dal manto e stringe un lembo della palla. A destra della figura, in basso, si vede un’ara quadrangolare, ornata da una vitta.
A destra, all’estremità opposta, è rappresentato il defunto, in posizione frontale, vestito di tunica e manto. Il largo volto è incorniciato da chioma ricciuta. La mano destra, portata sul petto, trattiene le pieghe del manto; il braccio sinistro, che scivola parallelo al corpo, è privo della mano che sorreggeva forse un volumen. In basso, a destra del defunto, due volumina legati, allusione alla Lex Christi.

Particolare del timpano con ascia e cavalli marini nella parte superiore.



Sarcofago contenente le reliquie di S. Proto
Il lato frontale è del tipo a cinque pannelli; il mediano e i due laterali sono figurati, i due intermedi sono decorati da strigilature. Il pannello mediano presenta in alto l’immagine clipeata della defunta; dal tondo a fondo concavo emergono il busto in posizione frontale e la testa di scorcio. La defunta è vestita di tunica e manto. Si vedono la mano destra e la mano sinistra che regge un volumen. La parte alta della testa è interessata da una rottura causata da un foro, successivamente chiuso con calce. I capelli sono bipartiti sulla fronte, lasciano le orecchie scoperte e si annodano sulla nuca in una crocchia.


Sarcofago con le reliquie di Gianuario.

Presenta una decorazione con cinque pannelli; il pannello mediano e i due laterali sono figurati, i due intermedi sono decorati con strigilature. Nel pannello mediano il personaggio è coperto di tunica e manto, seduto su un seggio nell’atto di leggere un volumen srotolato che regge tra le mani. Vicino, di profilo, una figura femminile ascolta assorta il lettore. Veste una tunica leggera e ha un copricapo che lascia liberi i capelli. L’orecchio è adornato di orecchino. Nei pannelli laterali sono rappresentati i defunti.


mercoledì 25 ottobre 2017

Sardegna Romana - Conferenze


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Mosaico di Sant'Imbenia: Medusa 


Il territorio di Alghero reca le tracce di antiche visitazioni che risalgono a 6000 anni a.C. quando i primi arrivati sostarono nella Grotta Verde di Capo Caccia lasciando anche dei graffiti sulle pareti. Da allora si può trovare una certa continuità degli insediamenti caratterizzati da vasellame impresso con le conchiglie (cardium) nel Neolitico antico per passare a vasi decorati con incisioni eseguite mediante punte di pietra od osso e con altri metodi.
Le numerose domus de janas testimoniano una intensa frequentazione nel Neolitico ed Eneolitico: Anghelu Ruju, Santu Pedru e Cuguttu sono le necropoli più significative di una popolazione che cresce in un territorio ricco di risorse e che si dedica principalmente all'allevamento di bestiame e secondariamente alla coltivazione di cereali.
Nell'età del Bronzo si verifica in tutta l'Isola il passaggio ad una cultura innovativa che ha le radici nei periodi precedenti sardi e nello stesso tempo ha similitudini in altre terre del bacino del Mediterraneo (Corsica, Baleari, Micene). Il periodo nuragico si presenta come una vera e propria rivoluzione dal punto di vista edilizio, politico ed economico. Anche nel territorio algherese compaiono i villaggi nuragici, le tombe di giganti, i templi a pozzo. Palmavera (1660-900 a.C.), Sant'Imbenia (1400-800 a.C.), Flumenelongu (X-IX secolo a.C.), La Purissima (XIII-VII sec. a.C) e numerose altre sono le località fino ad ora esplorate che hanno fornito una gran quantità di notizie su quell'antico e fondamentale periodo.

Intanto le civiltà mediorientali hanno raggiunto un grado di sviluppo tale da richiedere contatti commerciali con le terre che si affacciano nel bacino del Mediterraneo per espandere i loro traffici. A Sant'Imbenia e a Flumenelongu ci sono chiare attestazioni degli scambi con i Fenici fin dal IX secolo a.C. 

Il territorio di Alghero appare meno frequentato nel periodo punico che ha privilegiato il Sud dell'Isola; con l'arrivo dei Romani pare riprendere vita, anche se non raggiungerà i livelli di altre città del Nord come Turris Libisonis. Tuttavia non è sfuggita ai nuovi arrivati la bellezza del Golfo di Porto Conte dove, nei pressi del Villaggio Nuragico, sorgeva la splendida villa romana di Sant'Imbenia.

Il pozzo sacro di età nuragica in località La Purissima segnala una continuità di uso anche in periodo romano (I - V secolo d.C.). Gli scavi effettuati da Pietro Alfonso e da  Alessandra la Fragola hanno messo in luce i numerosi ex voto finalizzati a richieste di guarigione costituiti da braccia e piedi fittili. Il pozzo ha restituito inoltre 16  tabellae defixionum di bronzo e piombo ripiegate come un pacchetto contenenti maledizioni per provocare malefici.
Non lontano dal pozzo sacro è stata ritrovata la vasta necropoli di età romana di Monte Carru (I-III secolo a.C.) che attesterebbe l'ubicazione della città di Carbia citata dall'Itinerario di Antonino (del III secolo a.C.) proprio nei pressi del sito.

Anche il mare ha restituito importanti e ben conservati reperti contenuti nelle navi naufragate presso Capo Galera (XII-XIII secolo d.C.) e presso Mariposa (1500-1600).

Il territorio acquista nuova importanza quando la costa algherese viene fortificata per scongiurare gli assalti dei barbareschi che hanno terrorizzato i litorali del Mediterraneo e ne hanno determinano lo spopolamento fin dall'alto Medioevo. Ha così inizio l'edificazione del borgo all'interno delle muraglie difensive. Gli scavi archeologici degli ultimi decenni condotti principalmente da Marco Milanese ed  eseguiti spesso in occasione di lavori di pubblica utilità, hanno indagato il sottosuolo del centro storico per scoprire modelli di vita medievali non documentati da testimonianze scritte, piuttosto rare in quei periodi, o per confermare quelle giunte fino a noi. 


mercoledì 26 aprile 2017

Sicilia orientale - 2016


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Viaggio Tholos 2016






Catania


Spiaggia di Acireale

lunedì 10 aprile 2017

Català o alguerés?

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Torre di Porta Terra anni Cinquanta quando era ricoperta in parte dall'edera.
Conferenza dell'8 aprile 2017

martedì 4 ottobre 2016

L'Arcipelago della Maddalena

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Giovedì 29 settembre 2016 un gruppo di soci Tholos si è recato in visita all'arcipelago della Maddalena. Le foto pubblicate sono di Sandro Fiamma


Panoramica


L'ARCIPELAGO DELLA MADDALENA

Durante il periodo della dominazione spagnola l'arcipelago era definito “Le Isole Intermedie”, era disabitato, e non sempre era presente nelle descrizioni dei geografi. Mappe e carte nautiche fin dal 1527 riportano per l'isola più grande il nome di Maria Maddalena*.
I Sardi non lo frequentavano e la circostanza non stupisce se si pensa che in quei periodi la Gallura era pressoché disabitata. Le isole erano divenute luogo di passaggio per merci di contrabbando e per malviventi che transitavano tra la Sardegna e la Corsica. In particolare si facevano uscire dalla Sardegna il bestiame rubato e commerciavano i prodotti della pastorizia senza pagare i relativi diritti al fisco.
Fin dai primi anni del XVIII secolo i pastori bonifacini si recavano spesso nell'arcipelago dove portavano le greggi a pascolare per lunghi periodi e dove coltivavano frumento e orzo. Più avanti li avevano seguiti le loro donne e vi erano nati dei bambini. La ricca famiglia genovese di Bonifacio, i Doria, vi teneva il bestiame custodito da pastori còrsi a mezzadria.
In realtà quelle terre sono molto più vicine alla Sardegna che alla Corsica ma vista la consuetudine dei còrsi di frequentarle si riteneva che facessero parte del territorio comunale di Bonifacio. In effetti le coste còrse sulle Bocche nei secoli passati erano popolate a differenza delle coste galluresi.
Durante i primi decenni di possesso sabaudo anche il governo sardo rivendicò l'appartenenza delle isola alla Sardegna e cercò di dimostrarne la proprietà con titoli e testimonianze. Allora la Repubblica di Genova (che ancora dominava la Corsica) dimostrò di aver compiuto nelle isole atti di giurisdizione civile e criminale ai quali si aggiungevano gli atti di giurisdizione ecclesiastica da parte dei curati di Bonifacio.


Cala

La questione però non era risolvibile con i mezzi legali e i Savoia pensarono che solo un atto militare potesse mettere fine alla contesa. Già si profilava un'occupazione francese della Corsica e il ministro Bogino pensò che occorresse agire prima che tale evento si concretizzasse. Fatti i conti si vide che le entrate avrebbero superato le spese di colonizzazione e si contava anche sulla contrazione del contrabbando che sottraeva risorse all'erario.
Proprio la lotta verso i contrabbandieri fu la motivazione addotta per giustificare l'intervento armato sardo e l'occupazione dell'arcipelago che avvenne nell'ottobre del 1767. I pastori bonifacini residenti si comportarono secondo le loro convenienze. Alcuni si sottomisero per diventare proprietari del bestiame che avevano a mezzadria, altri, timorosi di confische e di ritorsioni contro i familiari rimasti a Bonifacio, si ribellarono. Alla fine al grido di “Viva chi vince!” molti bonifacini rimasero sulle isole e divisero il territorio con i galluresi e i greco-còrsi che vi arrivarono in seguito.


Mare e rocce

I Savoia si preoccuparono di impiantare alcune installazioni militari a presidio delle coste. Furono costruite torri, casematte, postazioni e trinceramenti. In poco tempo la popolazione raggiunse i mille abitanti dato che vi si stabilirono anche numerosi còrsi, profughi per ragioni politiche, che abbandonavano la loro isola al passaggio di questa da Genova alla Francia (1769).
Le capanne dei pastori furono sostituite da case in muratura e nei terreni si misero a coltura viti, frutteti e orti

Notizie tratte da Carlino Sole: La Sardegna sabauda nel Settecento Ed. Chiarella 1984, pag. 112 e seg.

*http://www.lamiasardegna.it/files/lamaddalena.htm