mercoledì 10 dicembre 2025

II Storia di Alghero

Giovedì 27 novembre 2025, h 10,30 - Sede di via Sasari n° 80, Alghero


IL POPOLAMENTO



Le prime tracce di homo habilis sono presenti nel territorio di Perfugas nei pressi del Rio Altana dove nel 1979 un’alluvione ha messo in evidenza selci scheggiate dall'uomo. I manufatti potrebbero risalire a 400.000 anni fa.

Resti umani datati a 22.000 anni fa sono stati rinvenuti nella Grotta Corbeddu di Oliena. La stessa grotta ha restituito attrezzi in osso e in pietra datati da 14.600 a 12.500 anni fa. 
Tutte queste frequentazioni furono episodiche. Per avere un popolamento più significativo occorre attendere il VI millennio a. C. circa quando nell’Isola si evidenziano chiari segni dei nuovi arrivati. Nella stessa grotta Corbeddu si sono trovati resti umani di 6750 anni a.C. (Neolitico Antico).



Per capire meglio il periodo del quale parliamo occorre dire che nella mezzaluna fertile (in verde) circa 10 mila anni fa, dopo l'ultima glaciazione, le temperature miti favoriscono la nascita dell'agricoltura e dell'allevamento. Si verifica così la Rivoluzione Neolitica, un vero e proprio stravolgimento nel percorso dell'evoluzione umana che inciderà profondamente su ogni aspetto produttivo, economico, sociale, religioso. Ci sarà un importante incremento demografico e coloro che non hanno trovato spazio sulle fertili sponde dei fiumi decidono di cercare altre terre da colonizzare. Si aprono dunque due vie, una terrestre e una marina. Chi prende la prima strada dovrà poi contendere i territori ai paleolitici che continuano a condurre vita nomade e hanno necessità di vasti spazi per la loro sussistenza. La seconda strada, quella marina, richiede maggiori competenze e comporta più rischi ma permette di raggiungere terre disabitate. Infatti le grandi isole mediterranee, raggiunte dai paleolitici sin da 400 mila anni fa, non mostrano continuità di popolamento. I neolitici trovano dunque un habitat ideale ricco di risorse dove condurre la loro vita stanziale.

Neolitico Antico - 6.000 anni a. C.

Nel sesto millennio a. C. la Sardegna diventa la nuova patria di gruppi che, attirati soprattutto dall’ossidiana di Monte Arci presso Oristano,  raggiungono le nostre coste. Nel corso del tempo i nuovi arrivati portano con sé semi di piante alimentari e tessili, e specie animali docili e produttive come le pecore.
Il porto naturale di Porto Conte ha svolto una fondamentale funzione nel popolamento del territorio algherese in quanto ha favorito l’arrivo e lo sbarco di coloro che per primi hanno osato sfidare il Mediterraneo per estendere i loro orizzonti.
I primi reperti del territorio di Alghero si possono datare fra il 6000 e il 4000 a.C . e provengono dalla Grotta Verde di Capo Caccia. Al suo interno, in zone attualmente subacquee, si sono trovate sepolture contenenti corredi costituiti da vasi globulari e piriformi, e ciotole emisferiche con fondo convesso per poter essere adagiate su piani irregolari.




Neolitico Medio (4000 anni a.C.)

Dal 4000 a. C. nel Neolitico Medio assistiamo ad un notevole incremento di insediamenti soprattutto lungo le coste. Alle grotte si affiancano ora i villaggi di capanne. Con i nuovi arrivati la Sardegna conosce nuove culture, tecnologie, religioni, e lingue.
Il territorio di Alghero si mostra particolarmente interessante per questi avventurosi naviganti poiché offre numerose risorse: il mare, la laguna del Calich, pascoli e terreni coltivabili. 

Nel periodo della Cultura di Ozieri (3.200-2.800 a.C.) ad Alghero si verifica un evidente incremento demografico.
La notevole entità numerica di abitanti del nostro territorio può essere dedotta dai numerosi ipogei che sono stati scavati nella roccia ad Anghelu Ruju, Cuguttu, Taurera, Porto Conte, Sant’Imbenia,  Santu Pedru, Tanca  Calvia, Matteatu, Salondra, Scala Piccada, Tanca Bullitas.




Ad Anghelu Ruju gli ipogei (al momento 38 tombe) vengono arricchiti con finte porte e protomi taurine  scolpite sulle architravi delle aperture. 
Il Toro viene venerato per la sua forza fisica e diventa simbolo maschile di potenza e rinascita.

La grotta Rureu (Dasterru) di Punta Giglio, più tardiva, era luogo di sepoltura con corredi funebri costituiti da lame e coltelli di ossidiana, vasi lisci a corpo globoide, ollette, ciotole carenate, pendenti di collane tratti da denti di animali e anche umani simili a quelli trovati in Francia in tombe dolmeniche.
Un’altra grotta usata per scopi funerari è quella del Maccioni che ha restituito una quarantina di inumati con corredo funebre in parte appartenente al neolitico. La grotta è stata distrutta nel corso della realizzazione della strada Alghero-Bosa.
Alcuni ipogei riportano agli ambienti domestici con tetti spioventi, focolari, finte porte e così abbiamo modo di conoscere anche la tipologia delle antiche abitazioni.

Il Neolitico finale si apre all'eneolitico, l'Età del Rame, che vedrà l'uomo europeo impadronirsi di una nuova tecnica già praticata in Oriente fin dal V millennio; anche noi conosceremo i metalli che nel tempo andranno a sostituire le pietre nei manufatti e provocheranno un nuovo importante sconvolgimento negli assetti economici, sociali e religiosi.


Tesis Doctoral di Elisabetta Alba (Prof Juan Antonio Càmara Serrano) p. 43.
https://digibug.ugr.es/bitstream/handle/10481/2400/18157270.pdf?sequence=1&isAllowed=y




I-Storia di Alghero

 Giovedì 20 novembre 2025, h 10,30 - Sede di Via Sassari n°80

LA FORMAZIONE

Ciò che accadde nel Mesozoico da 251 a 65 milioni di anni fa

Circa 200 milioni di anni fa il blocco sardo corso risultava ancora unito alla Francia meridionale e alla Spagna.

Luigi Sanciu Geologo 7.8.2024 -  FB

"Hai mai visto da vicino delle rocce che hanno circa 200 milioni di anni? Qui mi trovo nei pressi di Cala Viola (Alghero,SS) davanti a strati gessosi multicolori risalenti al Triassico. Rappresentano una vera e propria finestra sul passato geologico della Sardegna. Un periodo contraddistinto da un clima molto più caldo e arido rispetto all'attuale, popolato da rettili molto particolari!" 

Capo Caccia 

Buona parte del promontorio di Capo Caccia (Alghero,SS) risale al Cretaceo (circa 85 milioni di anni fa). Nei suoi calcari ci sono tracce di vita alquanto strane. Quelle che sembrano impronte di gatto altro non sono che sezioni di bivalvi, le rudiste,  dalla forma stranissima. (Luigi Sanciu, geologo)

Nel Cenozoico, da 65 milioni di anni fa ad oggi

L’epocale cambiamento avviene intorno a 30 milioni di anni fa quando il blocco sardo-corso si stacca dal continente franco-iberico iniziando la rotazione antioraria che lo porterà verso la penisola italica. 


L’assestamento tettonico che fa emergere Capo Caccia e Punta Giglio si attesta a circa 6 milioni di anni fa.


Ricordiamo inoltre che circa 6 milioni di anni fa si chiuse lo stretto di Gibilterra.  L’acqua del Mediterraneo evaporò e l’apporto dei fiumi non fu sufficiente a reintegrarla . L’effetto più importante fu un evidente prosciugamento e un aumento consistente della salinità dell’acqua. Le aree bianche sono i potenti depositi di sale che l'evaporazione dell'acqua lasciò.

Le due isole si sono staccate 2 milioni di anni fa. L’evoluzione del genere Homo è iniziata 2,5 – 2,4 milioni di anni fa quando homo habilis inizia a fabbricare utensili di pietra.

Nell’ultima parte dell’era Quaternaria (2,6 milioni di anni fa), l’era che continua ancora oggi, si verificarono lunghi periodi di erosione e sedimentazione che formarono la lunga spiaggia tra Alghero e Fertilia, e la laguna del Calich.


L’arrivo del cervo in Sardegna risale ad almeno 800 mila anni fa e la sua sopravvivenza nell’isola è documentata fino a circa 7 mila anni fa.
Nella Grotta dei Cervi a Punta Giglio si trova un cranio fossile di cervo megaloceros cazioti completo di mandibole. Sulla sinistra della spiaggetta “dopo il conte” si notano alcune fossette nelle quali gli archeozoologi hanno individuato impronte fossili di cervi.

Frammento di mammut trovato dal professor Zedda negli scogli in zona Passeggiata-Bastioni.                (foto @UniversitàdiSassari)

Questo enigmatico mammifero sardo, il mammut lamarmorai, è vissuto circa 100.000 anni fa. Con un’altezza di poco meno di un metro e mezzo, rappresenta un tipico esempio del fenomeno noto come “nanismo insulare”.

https://www.cesimsardegna.com/post/darwin-day-quando-ad-alghero-c-era-il-mammut-nano

Tabella riassuntiva








sabato 29 novembre 2025

Fauna sarda

 Venerdì 28 novembre 2025

Salone dell'ex-Seminario, Via Sassari

Toni Torre

Fauna sarda, biogeografia, insularità, biodiversità

Si parte da 25 milioni di anni fa quando il blocco sardo corso si era già staccato dal continente europeo e procedeva nel suo movimento rotatorio che lo portò dove attualmente si trova.

Siamo nell'era cenozoica (kainos zoe, vita recente) che inizia 65 milioni di anni fa e arriva fino ai nostri giorni. Il periodo è il Miocene (dal greco meion kainos, meno recente), tra i 23 milioni e i circa 6-5 milioni di anni fa.

In quel periodo troviamo in Sardegna il geotritone e l'euprotto sardo.

Il geotritone è un anfibio caudato del quale si conoscono cinque specie. Vive in grotta.


Geotritone supramontis

L'euprotto sardo o tritone sardo è un anfibio caudato endemico della Sardegna. Vive in acque pulite. Quando in Sardegna si intervenne contro la malaria scaricando grandi quantitativi di DDT nelle acque e soprattutto nelle zone vicine alle sorgenti dei corsi d'acqua per rendere più efficace l'operazione contro le zanzare anofele, l'euprotto ebbe gravi conseguenze, come anche il merlo acquaiolo.

Sei - cinque milioni di anni fa lo stretto di Gibilterra si chiuse e il Mediterraneo conobbe un lungo periodo di mancato scambio con l'oceano Atlantico diventando un grande lago con apporti idrici da parte dei fiumi insufficienti a integrare l'evaporazione. Questo determinò il suo prosciugamento e un grande accumulo di sali nei bacini rimasti. Nel contempo le specie animali ebbero la possibilità di raggiungere la nostra isola attraverso il ponte Toscana-Corsica. 
Arrivano da noi il rospo smeraldino, la raganella, il discoglosso, la luscengola, la lucertola tirrenica, il gongilo (tiligugu).
 
Le due zolle africana ed euroasiatica si staccarono un milione di anni dopo, circa 5,3 milioni di anni fa e dopo cento anni si completò il riempimento del nostro bacino.
12 mila anni fa, l'ultima glaciazione determinò la diminuzione del livello del mare di 150 metri che ricreò il ponte tosco-corso. Arrivarono in Sardegna il riccio, la volpe, e il topo quercino, un roditore della famiglia dei ghiri.
Siamo così arrivati all'Antropocene, il periodo nel quale si attuò l'evoluzione del genere Homo. In Sardegna troviamo ippopotami, scimmie, elefanti. L'uomo, per motivazioni alimentari, sacre, o per compagnia, porta con sé alcuni animali. Arrivano nell'Isola la testuggine marginata, il colubro a ferro di cavallo (animale sacro lungo fino a 150 cm, presente nel cagliaritano e nell'oristanese), il saettone, il cervo sardo, il muflone che originerà la pecora, il daino (per alimentazione), la martora e il gatto selvatico.

Anche il cinghiale è stato introdotto dall'uomo nell'Isola dove si è ambientato molto bene anche perché da noi manca il suo predatore, il lupo. Pare che a causa del suo incrocio con i maiali la sua taglia sia aumentata e sia diventato più prolifico per cui oggi rappresenta un vero e proprio problema per la sua invadenza e pericolosità. Il lupo non può vivere in Sardegna dato che l'insularità gli toglie la possibilità di fruire dei grandi spazi necessari ai suoi spostamenti che lo portano a spaziare per centinaia e migliaia di chilometri.

Ancora oggi continuano ad arrivare da noi nuove specie non sempre desiderate e talvolta nocive per la fauna sarda. 
La rana esculenta si è molto diffusa.  
Sono arrivate le tartarughe guance rosse e guance gialle, onnivore, molto più grandi delle specie sarde che dunque contendono l'habitat agli altri abitanti degli specchi d'acqua. A Baratz si sta assistendo al loro proliferare e la loro forte invasività sta mettendo in pericolo le nostre tartarughe.
Il granchio blu, originario delle coste americane atlantiche, è arrivato in Europa portato dalle navi nelle acque di sentina. Il granchio rosso della Louisiana, arrivato in Italia per scopi commerciali e acquaristici, si è diffuso creando danni ai nostri ecosistemi con la competizione, predazione e diffusione della "peste dei gamberi".

Nei nostri corsi d'acqua è arrivata anche la trota fario.
Le nutrie sono state portate in Sardegna allo scopo di commercializzare le pelli ma siccome da noi le temperature sono miti l'animale non ha sviluppato un pelo utilizzabile per fare pellicce. La stessa cosa è accaduta con i visoni. Così abbiamo in Sardegna nutrie e visoni allo stato libero.
Sull'isola di Tavolara fino al 1700 era ancora presente il prolago, roditore simile al coniglio, molto importante nei primi tempi di popolamento dell'isola quando costituiva una parte importante nella dieta dei nuovi arrivati fino al periodo nuragico, testimoniata dalle grandi quantità delle sue ossa trovate nei pressi delle antiche torri. 



Prolago sardo (Wikipedia)

Attualmente si segnala la scomparsa del gipeto e dell'avvoltoio monaco nonostante l'impegno da parte dei naturalisti di proteggerli. 
Il capovaccaio è tornato da noi invogliato dai bocconi che venivano messi a disposizione dei grifoni. Ad Alghero, con la collaborazione di naturalisti corsi, si è arrivati ad avere tre nidi di capovaccaio, ed è un buon risultato. Il piccolo avvoltoio è minacciato oggi soprattutto dalla collisione con i cavi elettrici.

Il falco pescatore non nidifica più da noi ma sverna nelle nostre coste e viene segnalato durante i passi primaverili e autunnali.
Sappiamo che il fenicottero rosa, un tempo raro ospite dei nostri stagni, già da alcuni decenni è diventato molto numeroso e lo consideriamo ormai di casa.

Purtroppo ora gli uccelli devono anche fare i conti con le pale eoliche difficili da evitare e molto pericolose dato il loro veloce movimento.

giovedì 6 febbraio 2025

Ipogeo di Maria Pia

Le fotografie appartengono, ove non specificato altro, alla pubblicazione "Una mica d'historia algueresa" delle Scuole Medie stampata nel 2003. Vengono inserite in questo post al fine di sensibilizzare gli amministratori e le struttura preposte verso un monumento che ha un'importanza rilevante per il nostro territorio. Chiunque volesse utilizzarle è pregato di citare la pubblicazione dalla quale sono tratte.

L'IPOGEO DI MARIA PIA

Molti l'hanno visto, soprattutto nei passati decenni, molti ne hanno parlato, alcuni con competenze tecniche, altri con competenze storiche e altri ancora con dolente preoccupazione, temendo il peggio per questo monumento seminascosto alla vista. Tra i tanti abbiamo l'architetto Vico Mossa, il sacerdote dott. Antonio Nughes, lo storico dott. Antonio Serra, Maria Vittoria Sanna, lo studioso Rafael Caria, la studiosa Maria Chessa Lai, e certamente anche altri. Il monumento è stato inoltre oggetto di una ricerca degli alunni delle Scuole Medie di via Tarragona nel 2001-2002, in occasione del progetto interscolastico "Alghero tra mito e storia" attuato per ricordare i novecento anni della fondazione di Alghero, tenendo per buona la data del 1101 indicata da Francesco Fara.

Copertina della ricerca

Sto parlando della cripta o ipogeo di Maria Pia che, abbandonato ormai al suo destino, perde pian piano le antiche sembianze che fino alla metà del Novecento erano ancora chiaramente leggibili.

L'Associazione Tholos di Alghero ha sempre cercato di mantenere la memoria di questa misteriosa costruzione; già nel 1999 aveva organizzato una visita per i soci e a dir la verità, la costruzione era rimasta nel cuore dei visitatori di allora, ma purtroppo dal lato delle istituzioni preposte non si è evidenziato alcun interesse. Nell'unico intervento adottato, la pulizia del terreno circostante, un mezzo meccanico aveva urtato l'ingresso facendo cadere due blocchi di pietra. 


Foto tratta dalla pubblicazione dell'architetto Vico Mossa nella quale dedica una scheda all'enigmatica costruzione. Qui l'ingresso è ancora integro.

Per il 2025 l'Associazione Tholos ha dato a questo monumento un ruolo centrale e si è proposta di fare il possibile per evitare il suo totale declino. Dobbiamo dire che il tempismo è stato eccellente perché l'Amministrazione Comunale, in attesa di ritornare nei locali del palazzo di Piazza Municipio, attualmente sottoposti a restauro, ha deciso di utilizzare "La Centrale" dell'ottocentesca colonia penale di Cuguttu (Maria Pia dopo il 1934) come sede di rappresentanza del Comune. Questa circostanza comporta che si sia data una speciale attenzione anche ai terreni circostanti dove appunto si trova la cripta che è stata segnalata con dei cartelli e sottratta a intrusioni varie.

Vorrei ora dedicarmi a riflettere su questo manufatto perché molti se ne sono occupati, ma nessuno ha mai trovato risposte certe alle tante domande che pone. Anch'io faccio parte della schiera di chi si chiede:

Che cosa è?

Qual è il periodo della sua costruzione?

Come mai nessun documento ne parla?

Secondo le più accreditate ipotesi potrebbe essere una cripta della chiesa di San Giacomo, esistente in zona Calich presente nella carta della rada di Alghero di Rocco Capellino del 1577; oppure era la tomba di un importante personaggio seppellito nel XVI secolo; o ancora potrebbe essere un edificio sacro a sé stante. L'architetto Vico Mossa pensa che la costruzione risalga al Seicento; alcuni la definiscono "tomba aragonese" e sarebbe dunque precedente; secondo il dott. Nughes sarebbe in stile gotico e Maria Chessa Lai lo definisce di puro stile gotico catalano.

Ora vorrei fare delle semplici riflessioni e più che altro mi concentrerò su ciò che manca anziché su quel che c'è. Intanto Antonio Serra esclude che l'ipogeo fosse affiancato dalla chiesa di San Giacomo dato che l'antica chiesa sarebbe diventata nel tempo "la casa del Calic", un fabbricato usato ancora oggi dai pescatori della laguna. Non sono stati mai fatti degli scavi nella zona, ma penso che, se ci fosse stata una chiesa nelle adiacenze, si sarebbero individuate le fondamenta. Credo dunque che la vicinanza della chiesa di San Giacomo non sia attendibile.

Adesso andiamo al suo interno. Credo proprio che un archeologo o anche un architetto possa essere in grado di individuare il periodo della sua costruzione basandosi sullo stile. Penso che siano abbastanza eloquenti le sei nervature, ciascuna spartita in tre colonnine che salgono dal piano di calpestio e raggiungono all'estremità superiore una ghiera orizzontale che racchiude l'oculo della cupoletta che ha un diametro di m. 0,70. Alla base della cupola, a circa m. 2,80 dal pavimento, ciascuna delle nervature presenta "due ordini di foglie rigonfie". 


Interessante dettaglio delle nervature con capitello.

Mi lascia un grosso rammarico il fatto che il passare dei secoli abbia cancellato tutte le tracce che avrebbero potuto rivelarci qualcosa di più. C'erano ossa umane? C'erano oggetti? Non potremo più saperlo. Vico Mossa dà per certa la presenza di due spade al suo interno. Peccato che le spade siano sparite e che non se ne abbia neanche una descrizione.

Penso ad una sua eventuale funzione sacra e rituale e mi chiedo come mai siano assenti i simboli della religione cristiana. Le superfici murarie non recano dei segni di crocifissi, calici, ostie sacre. Sinceramente mi sarei aspettata che in un luogo di culto ci fossero dei riferimenti espliciti alla religione. Se vado a pregare o a meditare devo anche avere dei punti di riferimento e nella cripta niente richiama al culto e al rito. C'è anche da dire che obiettivamente lo spazio è veramente ridotto, in quanto lo scavo circolare, con una profondità di circa 5 m., ha un diametro di circa 6,5 m. e non può certo accogliere più di otto-dieci persone. Non sono in grado di indicare altre costruzioni simili in Sardegna o altrove. Se conoscessi degli esempi di riferimento tutto sarebbe molto più semplice.

Tra le tante ipotesi quella più vicina alla realtà mi sembra sia quella di una tomba di un importante personaggio. E qui sorgono altri dubbi. Ad Alghero, come dappertutto, si usava seppellire nelle chiese le persone che potevano pagare il servizio mentre per i "poveri" o per fedeli di religione non cristiana c'erano i cosiddetti fossar. Un fossar per gli ebrei si trovava alla Pietraia, nelle adiacenze della chiesa di Sant'Agostino vecchio, un altro cimitero era situato nei pressi delle mura tra la torre di San Giovanni e quella di Sulis, altre sepolture si facevano all'esterno della chiesa di San Michele e della cattedrale, e, stando a sentire operai che hanno scavato nei vicoli del centro storico, non era raro trovare ossa umane un po' dappertutto. Naturalmente queste sepolture coprono l'arco di diversi secoli. Posso dire che c'era un cimitojo persino ai Bastioni, in corrispondenza dell'ospedale di sant'Antonio abate, dove si deponevano i deceduti della struttura sanitaria.

Qualcuno mi può spiegare perché l'illustre defunto non è stato seppellito nella cattedrale di Santa Maria? Forse perché eravamo nel Quattrocento e Alghero, che è diventata città regia nel 1501 non aveva ancora una cattedrale? Tuttavia in città non mancavano certo chiese che accoglievano i defunti nelle loro cripte. Forse perché per vari motivi il defunto non poteva essere accolto in un sacro suolo?

E perché scegliere una zona sperduta, malarica, poco o niente trafficata

Quello che mi lascia più perplessa è l'assenza di un qualsiasi segno, tracciato o inciso sulle pareti esterne o interne, con l'indicazione della persona sepolta. Avranno pur indicato chi era stato inumato in quel pregiato sepolcro. E per la verità mi sarei aspettata di trovare a livello di calpestio un gradino più o meno alto che potesse accogliere la salma deposta. Penso che non ci sia mai stata una seria ricognizione perché non posso credere che veramente non ci sia nulla che possa dare un pur minimo indizio.

In realtà questa cripta mi appare doppiamente enigmatica. Mi chiedo quale logica abbia suggerito di realizzare un'opera di tanto impegno e perizia in un sito che fosse il più possibile lontano da sguardi indiscreti, quasi che la si volesse nascondere alla vista. Altra precauzione si è usata per evitare accuratamente di svelare il nome del personaggio e la data del suo decesso, indicazione che peraltro troviamo in tutte le antiche tombe talvolta con dovizia di dettagli.


Scala elicoidale che porta al piano di calpestio


Sarebbe necessario inoltre fare una scansione della zona con un laser scanner per verificare se nelle adiacenze si trovano altre antiche costruzioni ma credo che l'alto costo dell'intervento non permetta questa indagine.

Rimane la speranza che qualcuno, frugando fra i documenti d'archivio, individui qualche cenno che possa far luce su questa enigmatica architettura perché finalmente possa trovare una corretta posizione cronologica e storica nella vita della città.

Dopo la lettura dell'articolo di M. Vittoria Sanna publicato in "Studi Sardi", posso dire di concordare sull'esclusione della funzione rituale e sacra dell'ipogeo. Prendiamo in esame la sua ipotesi del pozzo, ovvero struttura residua della salina ubicata nei pressi di un'altra antica costruzione sul cui sito oggi si trova la Centrale della colonia penale di Cuguttu. Una riflessione su questa ipotesi fa sorgere altri quesiti. Dov'è oggi l'acqua del pozzo? O forse era una cisterna? Fino al 1912 l'approvvigionamento idrico di Alghero avveniva tramite alcuni pozzi e numerose cisterne scavate sotto i palazzi, le chiese e le strutture pubbliche nelle quali si raccoglieva l'acqua piovana. Ciò che può lasciare ancora delle perplessità è la ricercatezza stilistica dell'ipogeo; non era necessaria tanta raffinatezza per una semplice cisterna collocata in aperta campagna. E come si riempiva la cisterna in assenza di costruzioni adiacenti o sovrastanti? Non penso che l'acqua piovana che cadeva all'interno attraverso l'oculo fosse sufficiente per riempirla. Come si vede, qualunque ipotesi si avanzi, si presentano quesiti ai quali non si riesce a rispondere.



Qui si evidenzia come le radici delle piante circostanti stiano determinando il degrado della struttura.

Comunque non credo che possano sussistere dubbi su un uso civile anziché religioso anche se non si riesce ad avvalorare alcuna tesi. Bisognerebbe tornare indietro nel tempo per immedesimarsi nelle condizioni storiche, politiche, sanitarie, economiche del periodo e sarebbe necessario ragionare come un personaggio del Cinquecento per cercare di capire la logica di un manufatto unico nel suo genere che oggi non riusciamo più a giustificare.

La similitudine che la Sanna fa con il pozzo di san Patrizio di Orvieto può darci alcuni suggerimenti. Il pozzo fu scavato per volere del papa che prevedeva la necessità di un rifornimento idrico in caso di assedio prolungato della città. Occorre però aggiungere che sull'ingresso del pozzo si trovava la scritta "quod natura munimento inviderat industria adiecit", ossia ciò che non aveva dato la natura, procurò l'industria. È pur vero che la frase non è molto esplicita, tuttavia qualcosa è stato scritto, a differenza di quanto vediamo nella struttura algherese. Il periodo di costruzione, tra il 1527 e il 1537 è compatibile con la datazione del nostro ipogeo. E anche ad Alghero l'ipogeo potrebbe essere stato costruito per volere del vescovo e può essere questo il motivo dell'accuratezza di esecuzione e del suo stile simile a quello di un edificio sacro. 


Porta che introduce all'ambiente circolare che ha un diametro di circa m. 2,50


Ma poteva davvero essere un pozzo al servizio degli assediati? Alghero era fortificata e in caso di assedio non c'era alcun motivo per andare a rifugiarsi a tre chilometri dalla città. Era forse il luogo nel quale venivano nascosti oggetti preziosi e reliquie per preservarle in caso di ingresso dei nemici nella città? Se è vero il ritrovamento di alcune spade questa potrebbe essere una tesi attendibile. E' interessante anche la presenza, al termine della scala, di una nicchia che avrebbe potuto sostenere un lume per rischiarare l'ambiente. A quale scopo doveva essere poggiato un lume che poteva anche essere tenuto in mano? Quale attività si poteva svolgere all'interno? A questo punto mi aspetto proprio che l'archivio storico diocesano conservi una qualche memoria della costruzione.

La descrizione dell'ipogeo e le misure riportate sono tratte dall'articolo di M. V. Sanna "Un ipogeo tardo gotico in territorio di Alghero (SS)", in Studi Sardi XXXIII (2000), pp. 323-337. 

V. Mossa, Natura e civiltà in Sardegna, Arti Grafiche Editoriali "Chiarella" Sassari 1979, p.126, foto n° 91.








martedì 13 febbraio 2024

La cripta di Santa Maria

Ieri sera lunedì 12 febbraio 2024 ho visitato la cripta che si trova sotto l'altare maggiore di Santa Maria.  

Era stata spostata la botola di marmo e l'accesso si effettuava mediante una scala a pioli di alluminio.

Arrivati al piano di calpestio ho notato che eravamo sulla terra battuta e si trovavano cumili di terra nei quali si potevano individuare delle ossa.          

Sepoltura di Filippo Arrica vescovo di Alghero dal 24 febbraio 1832 alla sua morte avvenuta il 29 gennaio 1839. Dopo di lui ci furono quattro anni di sede vacante fino all'arrivo di Efisio Casula il 22 luglio 1942 dimessosi quello stesso anni. Dopo di lui fu vescovo Pietro Raffaele Arduino (dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali) dal 30 gennaio 1843 al 12 novembre 1863 quando venne a mancare.



Sepoltura del reverendo Giuseppe Luigi Fresco, Vicario Generale, Canonico del titolo della Vergine degli Angeli di Alghero deceduto il 26 giugno 1855 a 68 anni. Era nato nel 1787.

Ad Alghero vi erano famiglie Fresco che arrivavano da Torre del Greco e altre provenienti dalla Liguria.

Nel febbraio 1745 è citato in qualità di padrino Giacomo Fresco della Riviera di Genova.

Il 24 gennaio 1793 troviamo Vincenzo Fresco di Torre del Greco.

In quello stesso periodo il teologo Rafaele Fresco era canonico della Cattedrale e pro-vicario generale con prebenda di Macomer.

(L'estate del colera di Marina Sechi Nuvole, Edicions de l'Alguer, 2019,  Vol I p. 240, Vol III, p. 243)


In questa sepoltura si legge l'anno 1862. Chi ha guardato dalla breccia ha visto il corpo del vescovo sepolto con tutti i paramenti. Potrebbe essere il vescovo Pietro Raffaele Arduino ma lui è deceduto il 12 novembre 1863 quindi l'anno non coincide. E' morto all'improvviso, come sua madre. Aveva 64 anni e due mesi quindi era nato nel settembre 1799 (Sechi Nuvole, Vol.III, p. 132)

 Ad Arduino hanno dedicato anche una strada del centro storico.

Nel gennaio 1789 troviamo ad Alghero la coppia Pietro Arduino e Giovanna Maria Fadda. (Dalla raccolta dei miei dati)

 Sono i genitori del vescovo (Sechi Nuvole, Vol.III, p. 132)

Nella cassa di zinco visibile a sinistra sono state raccolte le ossa trovate sparse nel terreno.


Nel cumulo di terra addossato all'angolo della cripta si vedono anche ossa. 

In tutto nella cripta che ha una volta  a botte ci sono una decina di sepolture ma non tutte le scritte sono leggibili.


giovedì 2 marzo 2023

Carnevale in Sardegna

 Il 1° marzo 2023 nei locali dell'ex-Seminario di via Sassari l'Associazione Tholos ha organizzato un incontro con la prof. Gabriella Nocentini, autrice del libro Le vie delle maschere .

La relatrice ha basato la sua comunicazione su manifestazioni sarde meno conosciute delle quali ha mostrato quattro filmati realizzati a Orani, Austis, Lula e Fonni. Non a caso sono tutti centri del nuorese dato che è quella la zona dell'isola dove si sono mantenute le più arcaiche tradizioni che presentano relitti di usi provenienti dal più lontano passato.

ORANI che inizia il 17 gennaio nel giorno di Sant'Antonio Abate. Nel pomeriggio dopo la messa e la processione dedicati al santo, si fanno tre giri attorno al fuoco e alla chiesa; quindi si distribuiscono vino e pistiddu, un dolce tipico. Subito dopo arrivano sos bundhos urlando con i loro bastoni a tridente. Su Bundhu è una maschera agricola e fa il gesto di lanciare il grano alla folla. Tra loro c'è Maimone, vestito di pelli di vari animali. Il vociare si fa assordante ed è specificoo delle maschere che arrivano da sotto terra e devono spaventare.

AUSTIS: Nel 1700 la Chiesa non era ancora riuscita ad eliminare le maschere e Giovanni BattistaVassallo si vide costretto a minacciare di scomunica coloro che avessere continuato nei festeggiameti proibiti.

Continua ... 

 

giovedì 26 gennaio 2023

Storia di Alghero - Riflessioni

 Da mercoledì 25 gennaio l'Associazione Tholos ha organizzato nei locali dell'Università delle Tre Età (Ex Seminario) una serie di incontri con Luciano Deriu per parlare della storia di Alghero.

Questa è una libera relazione che prende spunto dall'incontro.

Il territorio di Alghero, abitato sin dai tempi del primo popolamento della Sardegna nel Neolitico Antico, non è stato coinvolto dalle colonizzazioni puniche e romane che hanno preferito altre località per edificarvi città. I Romani prescelsero litorali dove sfociavano corsi d'acqua, meglio ancora se navigabili anche parzialmente  come accade per Bosa e per Porto Torres forse perché ciò facilitava lo sbarco e l'imbarco dei carichi navali. Di fatto gli scavi archeologici e le pur scarse testimonianze mostrano che la storia ha ignorato Alghero dal periodo romano fino al Medioevo quando gli Arabi iniziarono a  provare interesse per questa costa alla quale si poteva approdare senza essere intercettati. Il pericolo islamico si presentò nel nostro mare nel 1015 quando Mughaid (Museto) vi diresse le sue imbarcazioni. Subito il papa si allarmò paventando l'invasione dell'Isola da parte degli "infedeli" che avrebbero così avuto una base per muovere contro Roma. Il Giudice di Torres non aveva sufficienti forze per contrastare un attacco e chiese man forte alle Repubbliche Marinare di Pisa e di Genova che possedevano navi e soldati in grado di proteggere le nostre coste sguarnite. Fu così che arrivò la potente e numerosa famiglia genovese dei Doria che, con un'accorta politica che includeva diplomazia e accordi matrimoniali, riuscì ad impossessarsi di vaste zone del nord Sardegna, inclusa la nostra costa.

In quel momento il nostro litorale si presentava pressoché spopolato. A pochi chilometri dal mare, in zona Carrabuffas, insisteva il villaggio di Carbia dove in età nuragica era stato edificato un pozzo sacro che mantenne una assidua frequentazione in età romana in quanto le sue acque erano ritenute miracolose e salvifiche, a giudicare dai numerosi ex-voto fittili a forma di braccia e di piedi lasciati dai fedeli.

I Doria avevano a loro disposizione un vasto territorio e il loro compìto era quello di creare un luogo di controllo fortificato. Dopo aver valutato il profilo di costa decisero di creare opere a difesa della penisoletta che si allungava sul mare a basso fondale dove era impossibile l'approdo di sorpresa per gli eventuali nemici. Fu così che proprio sulla punta della penisola costruirono un' alta torre, il Castellazzo, e una cortina protettiva ricca di torri quadrangolari per racchiudere una vasta area che lentamente si arricchì di edifici pubblici e privati lasciando vaste superfici libere necessarie ad una fortezza in vista di lunghi assedi. All'interno infatti dovevano trovare spazio orti, stalle, aie e tutto ciò che occorreva per provvedere al sostentamento della guarnigione e degli abitanti. Per l'acqua ci si doveva accontentare dei pozzi che a volte davano acqua salmastra visto che pescavano nei pressi del mare; in alternativa si costruivano cisterne per raccogliere l'acqua piovana.


Dal Castellazzo si poteva avere un'ampia visuale sul mare.

foto da: https://www.tripadvisor.it/Attraction_Review

La data di fondazione della città fa ancora discutere i vari studiosi, storici e archeologi. Ormai nessuno accetta più l'anno 1102 indicato dal Fara come data di nascita di Alghero e di Castelsardo, entrambi centri fortificati per opera dei Doria. Per quanto riguarda Alghero, la documentazione attuale e gli scavi archeologici propendono per la metà del XIII secolo e si basano su due eventi. Nel 1281 c'è un documento che riguarda uno scambio di merci. Nel 1288 in un documento ufficiale Branca Doria chiede a Pisa un risarcimento per i danni subiti in occasione dell'assedio di Alghero del 1283 (1). Ciò significa che a quella data la città era un punto strategico importante e aveva già costruzioni e fortificazioni.

(1).  http://www.archiviodistatogenova.beniculturali.it/index.php?it/177/branca-doria

Si dà per scontato che la città abbia avuto i Doria come fondatori. Ma ci si può anche chiedere come mai una famiglia genovese, per quanto potente, abbia avuto la possibilità di impadronirsi di tanti territori senza peraltro averli conquistati in alcun modo. In effetti dopo il 1000 il Giudicato di Torres e quello di Gallura erano entrati in crisi soprattutto a causa della loro debolezza nei confronti degli attacchi arabi alle nostre coste. I Giudici, costretti a chiedere aiuto a forze esterne alla Sardegna dovettero anche cedere man mano il loro potere. Un'economia debole soccombe di fronte a chi arriva ben determinato a far pagare a caro prezzo il sostegno dato. In pratica i Doria si impadronirono di importanti punti strategici delle coste settentrionali dell'Isola (Alghero e Castelsardo) e delle zone più elevate dell'entroterra (Monte Acuto e Monteleone Roccadoria).

Vorrei ora fare una riflessione sul toponimo Alghero. Molte delle zone occupate dalla famiglia genovese sono state battezzate con il loro cognome; Casteldoria e Roccadoria ne sono un esempio. Ma Alghero fa eccezione a questa regola e viene identificata col toponimo Allegerii/Allogerio (A. Castellaccio, Alghero Medievale, Vol. I, pp. 78, 80)

Siccome i toponimi hanno sempre una storia, osserviamo in primis che evidentemente le nostre coste avevano già un nome all'arrivo dei Genovesi. Il toponimo non è tanto antico dato che non viene citato nei vari itinerari precedenti ma nel XIII secolo risulta già consolidato nell'uso. Alcuni studiosi concordano sul fatto che, ove si riuscissero a tradurre le testimonianze arabe relative all'attività marinara islamica nel Mediterraneo, si potrebbero aprire nuovi scenari nella storia della nostra Isola e tra le altre acquisizioni ci sarebbe forse la certezza che il toponimo Allegerii è di origine araba come alcune  assonanze suggeriscono.

Mercoledì 15 febbraio 2023

Il regno catalano aragonese nasce con Alfonso (1157-1196), figlio del conte di Barcellona Berengario e della marchesa di Aragona Petronilla (1136-1174). Le due regioni iberiche, che erano riuscite a liberarsi dalla dominazione araba, pensarono di espandere i loro confini conquistando Valencia e le Baleari. Il re catalano aragonese Pietro III (1240-1285), nel 1262 sposò la tredicenne Costanza (1249-1302), figlia di Manfredi e nipote di Federico II; grazie a questo matrimonio Pietro III riteneva di avere dei diritti sulla Sicilia dove regnavano gli Angioini. La guerra, che prese l'avvio dai Vespri Siciliani, durò venti anni e si concluse con la pace di Caltabellotta (1302) che assegnò la Sicilia agli Aragonesi e il regno di Napoli agli Angioini.  Nel frattempo il papa Bonifacio VIII per sanare i contrasti tra i discendenti di Pietro, nominò Giacomo II (1267-1327)  Re di Sardegna e Corsica in cambio della Sicilia.  

Solo nel 1323 i Catalano Aragonesi furono in grado di organizzarsi per prendere possesso della Sardegna. Per la spedizione si allestirono quaranta navi da guerra e un centinaio di navi da trasporto che si ripararono a Porto Vesme in vista dell'assedio di Iglesias. La Sardegna era allora difesa dai Pisani che avevano grossi interessi nel cagliaritano e in Gallura. Dopo un lungo assedio Iglesias cadde e nel 1324 le truppe si disposero sul colle di Bonaria a Cagliari con torri mobili e con i più moderni mezzi bellici. Nel 1325 la città cedette e l'Infante Alfonso, figlio di Giacomo II, affidò i territori conquistati ai nobili che lo avevano aiutato a portare a termine l'impresa. I villaggi sardi si trovarono così infeudati in un periodo nel quale il feudalesimo aveva già ceduto il passo ai comuni. I feudatari però non risiedevano nel feudo perché preferirono restare in Spagna. Il loro nuovo possedimento fu affidato ad amministratori che in genere furono particolarmente esosi e prepotenti. Tra i feudatari troviamo i Boyl e i Zatrillas, famiglie che in seguito abitarono anche ad Alghero. 


Nel secolo XIV la Sardegna appare divisa tra il Regno di Sardegna sotto gli Aragonesi, e il Giudicato di Arborea.     Nella parte nord settentrionale troviamo le famiglia Doria e Malaspina.


In Sardegna era ancora molto saldo il Giudicato d'Arborea che aveva inglobato in parte quello di Torres; inoltre i Doria erano sempre più agguerriti contro gli Aragonesi. Ugone II d'Arborea e i Doria dovettero fare rinnovati atti di vassallaggio all'Infante Alfonso; dobbiamo qui aggiungere che Ugone II era stimato dal re aragonese che ne chiedeva spesso il parere.  Con i Doria vi era invece un evidente attrito; spesso tra i giovani Doria qualcuno si spingeva oltre, fino a costruire un castello in un punto strategico presso Bonorva, provocando la reazione degli aragonesi che cercarono in tutti i modi di sottrarre loro i possedimenti, in primo luogo quello di Alghero. Infatti la potente famiglia genovese controllava le coste settentrionali della Sardegna e condizionava il traffico mercantile, soprattutto quello catalano aragonese.

Infine nell'agosto 1352 il sovrano aragonese Pietro IV allestì una flotta e si alleò con Venezia  per contrastare il potere dei Genovesi nel Mediterraneo. L'anno seguente decise di dare battaglia ai Doria in Sardegna e attaccò Alghero con una grande flotta al comando di Bernardo di Cabrera. Lo scontro navale si svolse a Porto Conte e i Genovesi subirono una decisiva sconfitta. Dunque nel 1353 Alghero diventò possedimento della Corona d'Aragona. A Barcellona si fecero festeggiamenti per la vittoria e Bernardo di Cabrera fu osannato alla stregua di un eroe. Ma in Sardegna l'ostilità contro i catalano aragonesi era  molto forte e il Giudice d'Arborea Mariano IV, decise di mettersi alla testa di un esercito formato dai tanti Sardi che mal sopportavano il sistema feudale al quale dovevano sottostare.