Il 16 e 17 giugno 2012 un gruppo di soci dell'Associazione Tholos ha effettuato una visita nel Sulcis Iglesiente, zona mineraria situata nel sud-ovest della Sardegna per effettare delle visite in importanti siti.
Come da programma, siamo partiti sabato 16 giugno alle h 7,00 da Alghero e siamo arrivati a Monte Sirai alle h 11,30. Abbiamo effettuato la visita del sito iniziando dalle strutture templari e abitative per finire poi con la necropoli. Maggiori notizie sugli scavi del sito si trovano nel post n° 34 del 30.10.2011 nella relazione della conferenza tenuta dall'archeologo Michele Guirguis.
Nel pomeriggio ci siamo recati al museo di Sant'Antioco, una struttura recente molto ben organizzata che conserva numerosi reperti dell'Isola soprattutto di periodo punico e romano.
Al Museo etnografico abbiamo potuto vedere la Pinna Nobilis, mollusco che fino alla prima metà del novecento veniva sfruttato per produrre il bisso marino con il quale si ottenevano tessuti molto pregiati per nobili e alto clero, e un filo usato per ricami.
Ci siamo recati a vedere le grotte che altro non sono che tombe di età punica trasformate in abitazioni che hanno ospitato intere famiglie fino al 1985.
La guida ci ha illustrato le condizioni di vita all'interno di tali ambienti umidi, malsani, non arieggiati, e ci ha parlato dei gruttaiusu, gente che viveva ai margini più estremi della società e che cercava di guadagnare qualcosa prestando la propria opera oppure fabbricando corde, cestini, crine, stuoie e scambiandoli con cibo.
Prima di lasciare Sant'Antioco per raggiungere Porto Scuso abbiamo visitato il Forte Sabaudo (costruzione dl 1813-16) dal quale si gode di un bel panorama sulla città e sul mare.
Domenica 17 giugno ci siamo recati a Porto Flavia. Dopo un percorso di 1000 metri oppure 800 metri a piedi (si potevano scegliere due strade) si arriva all'imboccatura delle gallerie costruite per poter caricare il minerale direttamente sui piroscafi.
Dopo pranzo ci siamo recati alle grotte Su Mannau, interessanti soprattutto perché l'ingresso è stato utilizzato a partire dal periodo nuragico come testimoniano i resti di alcune lucerne votive ad olio. Gli studiosi ritengono che anticamente fosse un tempio ipogeico dove circa 3000 anni fa si praticavano antichi riti legati all'acqua ed in qualche modo collegato al tempio di Antas non molto distante dalla grotta. I sardi hanno frequentato per lungo tempo il luogo sacro che ha restituito anche lucerne relative al periodo punico e romano. Naturalmente la grotta, di natura carsica, offre numerosi scorci suggestivi accompagnati dal rumore dell'acqua che scorre sulle rocce e forma laghetti in miniatura.
L'ultima visita ci ha portato ad Antas dove il tempio punico-romano di Antas ci è stato illustrato da una guida che ci ha mostrato la foto di un bronzetto itifallico rinvenuto nel sito (un dio o un eroe) a sottolineare l'importanza fondamentale che la fecondità e la procreazione rivestivano nell'antichità.
La costruzione, dedicata inizialmente al punico Sid Addir Babai (500 a.C.) in seguito diventato Sardus Pater Babai, è imponente ed è un esempio di tempio con le colonne in posizione eretta ancora visibile in Sardegna.
Concluso il programma siamo ritornati ad Alghero dove siamo arrivati alle ore 22,30.
In una sala abbiamo visto un grande plastico che riproduce tutta la zona.
Nell'angolo in basso a sinistra su una piccola altura si vede l'insediamento nuragico precedente l'arrivo dei Fenici. Gli scavi effettuati nel sito hanno avallato l'ipotesi di rapporti pacifici tra i sardi e i nuovi arrivati.
Sullo sfondo, le pale eoliche e il mare
SANT'ANTIOCO
Nel pomeriggio, dopo il Museo Archeologico di S. Antioco, abbiamo visitato il tophet. Le urne di terracotta contenenti le ceneri dei bambini venivano deposte a strati. Ormai è stata rigettata l'ipotesi che si trattasse di sacrifici umani.
Questo è il primo strato del deposito delle urne. Gli strati successivi sono stati rimossi dagli scavi.
MUSEO ETNOGRAFICO

Sa matraca, strumento musicale usato anch'esso durante le funzioni religiose in settimana santa quando le campane erano legate. Si impugnava con la mano nel foro a sinistra, e si oscillava in modo che la maniglia battesse sui chiodi provocando un forte suono metallico.




































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